News/Turingia, la prima volta della Linke

Trecentoquarantatremilasettecentotrentasei: è il numero di elettori che con il loro Landesstimme hanno fatto di Die Linke la prima formazione politica della Turingia alle elezioni di domenica 27 ottobre, segnando un giorno storico: quello in cui il partito della sinistra per la prima volta ha superato tutti gli altri in una consultazione elettorale regionale. Con il 31 per cento Die Linke vince ma forse non governa: i suoi due attuali partner di coalizione – Spd e Grünen – hanno al contrario ottenuto risultati deludenti. Se questo era purtroppo prevedibile per l’Spd, da tempo invischiato in una crisi politica che va al di là dei suoi dirigenti, meno scontata e non prevista dai sondaggi era la sconfitta dei Grünen, che hanno rischiato di restare fuori dal Parlamento. Il loro consenso è stato appena del 5,2 per cento, inferiore a quanto realizzato nel 2014. Non c’è stato alcune “effetto clima” in Turingia per loro: il tema ambientale era comunque presente nelle proposte della Linke e il Ministerpresident uscente, Bodo Ramelow, deve essere sembrato la carta migliore da giocare.

Alternative für Deutschland ottiene un indubbio successo, diventando il secondo partito con il 23,5 per cento, ma non è il trionfo che si augurava il leader Björn Höcke, rappresentante dell’ala destra del partito (e Flügel è il nome della sua corrente, maggioritaria in seno a AfD e considerata “sospetta” dall’Ufficio per la protezione della Costituzione). Höcke puntava a eguagliare, se non superare, il consenso ottenuto dal partito in Sassonia a settembre, ma non c’è riuscito e ha perso di poco la sua personale scommessa: arrivare almeno a un quarto dei voti. Non solo,  ha anche mancato il mandato diretto nel suo collegio elettorale, Eichsfeld I. Tuttavia aver complessivamente scalzato la Cdu gli varrà sicuramente molto a livello interno, consentendogli di dominare ancor più Alternative für Deutschland nella corsa verso l’estrema destra.

All’epoca della riunificazione, nelle prime elezioni del 1990, la Cdu in Turingia aveva il 45,4 per cento, l’Spd il 22,8. Oggi la Cdu mantiene in una sola circoscrizione quel risultato: è il collegio di Eichsfeld, dove la Linke ha la sua performance peggiore (solo il 17,9 per cento dei voti) e i Cristiano democratici il 40,1 (e il 49 per cento nel mandato diretto). A parte questo, il partito di Angela Merkel subisce più di un rovescio nei mandati diretti così come nel Landesstimme. Al punto che il leader regionale, Mike Mohring, si è visto costretto a ripensare la sua posizione iniziale, che prevedeva un “no” sia a una intesa con la destra sia con la Linke. Mohring avrebbe desiderato una coalizione con i Verdi e i liberali del Fdp, o con i Verdi e l’Spd, ed era persino disponibile a una coalizione “Zimbabwe”, che li mettesse insieme tutti e quattro. Ma nessuna di queste ipotesi è ora praticabile. I liberali sono entrati in parlamento per il rotto della cuffia (i 6 voti che li hanno portati al 5,0002 per cento), i Grünen hanno il loro stesso numero di seggi (5) e solo una manciata di voti in più, l’Spd ha 8 seggi e il morale a terra. Neppure insieme arrivano ai 46 seggi necessari per governare. L’unico modo che ha la Cdu per non restare all’opposizione è allearsi con la Linke. E questo finora è stato un tabù.

Paradossalmente, questo tabù garantisce a quelli che oggi sono ormai tre “partiti minori” di avere la certezza – se il veto non si infrange – di finire al governo. Anche la Linke non può fare a meno di loro. Verdi e Spd come alleati da soli non sono più sufficienti e l’unico modo per non avere la Cdu è avere a fianco i liberali. Una prospettiva, in entrambi i casi, indesiderata e indesiderabile ma probabilmente necessaria. L’unica alternativa è quella di un governo di minoranza guidato sempre da Bodo Ramelow, il più votato dei candidati e indiscusso vincitore politico della consultazione. La legge elettorale della Turingia glielo consentirebbe. Per adesso, a scrutinio appena completato, nessuno ha ancora posto condizioni o piantato paletti, tranne quello nei confronti di AfD. Mohring lo ha ripetuto più volte nella serata: “Siamo disposti al dialogo con tutti i partiti che hanno una base costituzionale”, ha detto. Questo esclude Alternative für Deutschland e Björn Höcke, da lui pubblicamente definito “fascista”.

Per quanto ancora? Negli Stati dell’Est, a trent’anni dalla rivolta del 1989, c’è una maggioranza diversa dal resto del Paese. Qui il bipolarismo è tra Cdu e AfD, non tra Cdu e Spd o Cdu e Verdi. Non è una questione che si possa liquidare pensando che “all’Ovest non è così”. A meno che le cose non cambino, con Alternative für Deutschland si finirà necessariamente per venire a patti, anche elettorali. Come è successo in Austria. Sabato, al comizio conclusivo di Höcke a Erfurt, le campane della chiesa cattolica hanno continuato a suonare. Su un cartello sulla facciata della Severi-Kirche, raccontano i media locali, si poteva leggere: “Wer in der Demokratie schläft, kann im Faschismus aufwachen”.

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