Storie/ “Bambina ha sempre sette anni”

di Alessandro Zuppardo*

A volte basta una traduzione sbagliata a fissare per sempre il ricordo di una persona, di un posto, di un cibo. Per me il Giappone si racchiude in una frase che suona incomprensibile (e lo era): “Bambina ha sempre sette anni”. Era il 1998 quando l’ho letta la prima volta, nell’epoca in cui cominciava il mio rapporto con il Paese asiatico.

Nell’estate di quell’anno avevo incontrato una ex-compagna di Conservatorio giapponese in vacanza/stage a Pesaro. Mi aveva chiesto di accompagnare lei e le sue allieve in concerto, alla fine di un corso appena fatto con un maestro locale, e dopo quest’esperienza mi aveva proposto di accompagnarla al pianoforte in alcuni concerti in autunno a Tokyo e in altre città giapponesi con un programma misto di arie da camera italiane e melodie giapponesi. L’idea mi affascinava parecchio, mi interessava scoprire nuovi aspetti della musica orientale. Fino ad allora avevo avuto contatti solamente con la musica cinese dopo alcune masterclass a Taiwan.

Masako mi dà allora questi spartiti da guardare, rigorosamente scritti in giapponese. Comincio a suonarli e a “orientarmi” (qui le virgolette ci vanno per forza) per cogliere il senso musicale di forme insolite del comporre – mi sentivo un po’ come i primi giapponesi che ascoltavano la musica occidentale e restavano alquanto perplessi, non essendo abituati a concetti quali “armonia” o “bello in musica” ma piuttosto concentrati sulla qualità del suono e sul forte potere evocativo della musica. Poi, quando Masako ritorna in Giappone le chiedo di tradurmi il contenuto per sapere di cosa si tratta – per un accompagnatore di Lieder o di melodie è essenziale conoscere il testo per trovare le sonorità adatte sullo strumento.

Mi risponde dopo qualche giorno mandandomi le traduzioni. In una di questa, una melodia struggente sulla storia di una ragazza che vedendo un fiore rosso torna col pensiero al triste momento in cui ha perso il suo bambino sette anni prima, viene fuori la frase “bambina ha sempre sette anni”. In un’altra melodia melanconica mi scontro con la frase “lacrime scendono come pioggia di uccellini di mare”… ovviamente ho conservato le traduzioni, perle nere assolute.

In Giappone sono tornato spesso ad accompagnare Masako e torno sempre volentieri ad imparare il loro repertorio e ad insegnare il nostro: da quelle parti la curiosità per la nostra musica continua a essere vivacissima. Quand’ero lì in ottobre stava per arrivare in tournée il teatro Verdi di Trieste con la Traviata, una delle tante tournée che si svolgono regolarmente per riempire letteralmente le sale. I giapponesi riescono a intrattenersi con la nostra cultura senza farsene influenzare troppo nella vita quotidiana. A volte è ridicolo vedere gli alberi di Natale nelle vetrine invernali – quando non arrivano a livelli pasquali deliranti come in questa foto (hanno un senso dell’humor assai sviluppato). Tuttavia vedremo difficilmente qualcuno atteggiarsi con movenze all’americana o a darsi sonore pacche sulle spalle, abbracciarsi come fossero Latinos, ridere ad alta voce. In definitiva la loro identità resta integra.

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Da un punto di vista musicale, la Germania ha giocato un ruolo molto più importante dell’America, nonostante sia stata quest’ultima a forzare il blocco che fino al 1874 vedeva il Giappone come nazione isolata dal resto del mondo. Gli unici scambi a livello commerciale e culturale fino a quel momento venivano effettuati principalmente con alcuni paesi vicini (Corea, Cina) o con l’Olanda, già dal 1585. La trasformazione economica e culturale provocata dalla forzatura americana si è poi tradotta in una vera rivoluzione a livello nazionale, sia attraverso un riassetto politico che aboliva progressivamente il feudalesimo ma anche attraverso l’introduzione di nuovi aspetti sociali, culturali, religiosi che ponevano il popolo giapponese di fronte a scelte imponenti.

Trovo sorprendente il coraggio mostrato dalle autorità governative nell’aprirsi – andrebbe scritto con le virgolette – a una dimensione moderna e abbastanza sconosciuta, con impegno e curiosità. Per quanto riguarda la musica, nel 1874 una circolare del Ministero della Casa Imperiale ordinava  “ai musicisti di corte, docenti e allievi, di imparare immediatamente la musica occidentale”. Nonostante ciò sia stato causa di panico (mancanza di docenti preparati sulla materia, consuetudine ad ascoltare la musica suddivisa in categorie legate ad occasioni particolari o a gerarchie sociali differenti, pratiche musicali tramandate pressoché oralmente, dove la figura del compositore non era prevista) il governo decide comunque di introdurre l’istruzione scolastica e lo studio della musica obbligatorio.

Da quel momento in poi la curiosità ha il sopravvento: musicisti europei – principalmente tedeschi – vengono invitati ad insegnare, collezioni di melodie giapponesi vengono armonizzate all’occidentale per essere eseguite nelle scuole, cominciano a formarsi gruppi corali e orchestrali, nascono le prime generazioni di compositori. Già nel 1909 si avviano le prime industrie discografiche, che ne giro di pochi decenni entreranno in fiera competizione con le loro rivali d’oltreoceano.

Per chi invece è curioso del cibo giapponese (a dire la verità l’idea originale era di pubblicare sul sito qualche ricetta) posso dire che la loro cucina è assai fantasiosa, sia nelle pietanze che nei dolci, come quella italiana. Gli ingredienti si fondono in allegorie sempre direzionate ad affinare il gusto e un grande senso estetico è dedicato alla presentazione del piatto. Chi vive in Germania sa benissimo dove risiede la disperazione di una cucina monotona e priva di inventiva. Probabilmente esagero, ho degli amici tedeschi che si sbizzarriscono in variazioni culinarie, quasi sempre però confondendosi con le dosi delle spezie. Il gusto così anziché affinarsi stramazza sotto il colpo di grazia di combinazioni improbabili (epico il fallimento di una pasta con punte di asparagi in Ingwer-Orangen-Sauce).

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I miei bisnonni emigrarono in Tunisia alla fine dell’ottocento per ragioni diverse, chi per fare del commercio chi, come il mio bisnonno paterno, a causa della musica. Violinista e direttore d’orchestra all’opera di Tunisi, mi dicevano. Purtroppo non ho molte informazioni su di lui, anche perché è morto abbastanza giovane lasciando una famiglia numerosa. Mio nonno ha imparato a suonare il pianoforte ad orecchio ed è stato lui a comprare il primo strumento dove ho incominciato a muovere le dita. Da sua moglie ho imparato invece a cucinare. Ho sempre assistito la nonna in cucina (pulire i fagiolini, setacciare le lenticchie quando si compravano sfuse e a volte si trovavano delle pietruzze!) osservando attentamente i gesti minuziosi di ogni preparazione, cercando di carpirne i segreti.

Sono cresciuto con cibo arabo e italiano a volte preparato come da ricetta originale – ricordo la nonna che addirittura dava forma al couscous coi palmi delle mani partendo dalla semola – oppure creando varianti deliziose integrandolo alla cucina siciliana. Anche i giapponesi, amanti della cucina italiana, a volte deviano in esperimenti interessanti. In un famoso ristorante di Osaka dedicato interamente al tofu ho potuto assaggiare un Tofu-tiramisu che eccelleva in leggerezza conservando tutto il sapore degli altri ingredienti.

Ecco, migrare o accogliere le differenze, conservare la propria identità ponendosi in attitudine aperta, curiosa. Una qualità che certamente appartiene al popolo giapponese, dal quale potremmo prendere ispirazione. Resta in discussione quale sia la pizza migliore a Leipzig 😊

(non questa!!!)

 

*Alessandro Zuppardo, musicista (qui in una foto di graaaande compostezza) . “A Lipsia mi ci ha portato la musica. Nella città di Bach, Schumann, Mendelssohn e Wagner le loro composizioni sono state la colonna sonora che ha accompagnato le mie giornate negli ultimi otto anni, passati come maestro del Coro all’Oper Leipzig”. Dal settembre 2019 vive a Straburgo. Ha accettato di scrivere per noi queste note perché, dice, “a trasloco fresco ho ancora dei sentimenti verso la città che mi ha ospitato, ma soprattutto perché staccarsi dalle persone è sempre difficile e questo è un modo per prolungare il legame con gli amici conosciuti nel gruppo”. Alessandro è stato uno dei pionieri dell’Associazione: “La pagina degli italiani a Lipsia su Facebook ha rappresentato un luogo speciale di aggregazione”, spiega, “anche se contava un numero assai sparuto di partecipanti – al momento dell’iscrizione ero il numero 200!”.

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