L’infinito mondo degli oggetti. Riciclo, riuso, condivisione. L’esperienza di Free Your Stuff Leipzig

Uno spremiagrumi, uno stereo, un macinacaffè, diverse librerie, libri di tedesco (e di italiano!), piatti e bicchieri per la mia prima casa a Lipsia, un tavolo che poi è diventato la mia scrivania. Questo è stato il gruppo facebook Free Your Stuff Leipzig per me: il primo impatto solidale con la Sassonia, l’aiuto indispensabile per mettere su casa con pochi soldi, la scoperta di tante cose che non conoscevo – tipo il cuociuova elettrico – e tutto sommato una palestra per imparare i vocaboli in tedesco.

Di Paola Mirenda

La media giornaliera è di una cinquantina di post e la maggior parte sono di persone che offrono cose. Poi ci sono anche le richieste, però in misura molto minore. C’è chi offre una poltrona, che a giudicare dalla foto è in ottimo stato (“ma si regala senza il gatto che è seduto sopra”, precisa il post), chi 40 grucce per abiti “di tipo essenziale”, chi cerca una bici per il figlio settenne, chi uno zaino per andare in vacanza. Tutto questo è Free Your Stuff Leipzig (FYSL), esempio locale di un più vasto mondo di scambi, riciclo, riuso, condivisione.

Nato nel marzo 2013, il gruppo di Lipsia aveva raggiunto nel 2016 i settemila membri, poi l’accelerazione. “All’improvviso, l’anno dopo, erano 13mila. Ci sentivammo orgogliosi come Bolle”, dice Tom Günther, uno dei coordinatori del gruppo. Complice probabilmente anche l’arrivo, a cavallo di quegli anni, di migliaia di persone straniere in città e di un passaparola tra le diverse comunità. Oggi il gruppo è quasi raddoppiato, gli scambi più che decuplicati e il livello di consapevolezza è molto alto.

I “passaggi” di oggetti tra i quasi 25mila membri, secondo un calcolo empirico fatto dagli amministratori di Free Your Stuff Leipzig, hanno raggiungo in pochi anni le 9 tonnellate di volume. “Tutta roba sottratta al macero”, spiegano. Roba che trova nuova vita in nuovi appartamenti, abiti che prendono forma in nuovi corpi, libri che trovano nuovi lettori.

L’idea di base del gruppo, come detto, è quella del riuso e del riciclo, mettendo a disposizione di altri cose che non si utilizzano più: dai vestiti per bambini agli armadi, dallo stereo all’aspirapolvere, e poi ancora giocattoli, frullatori, scarpe. Non c’è baratto né scambio, come spiega bene il disclaimer della pagina. Qui si regala e basta. ‘Kein geld’, dice la foto del gruppo. “L’ultima cosa che ho recuperato è stata una lampada da terra”, racconta Michela, che ha scoperto il gruppo poco dopo il suo arrivo a Lipsia. “Io sono super antispreco, apprezzo moltissimo questo modo di vivere. Ogni tanto ho ricambiato con qualcosa da mangiare. Qualcuno ha accettato, qualcuno no. Se andavo a prendere qualcosa in regalo magari portavo qualcosa del “paccodaggiù” di tipicamente italiano. La gente sembrava sorpresa del gesto”.

Perché sarebbe sbagliato credere che Free Your Stuff Leipzig sia solo un modo di risparmiare. Se vi interessa solo quell’aspetto, il gruppo non fa per voi. Ce ne sono al contrario molti altri su facebook, dove acquistare a poco prezzo o dove barattare – ma la maggior parte delle volte il baratto è “cose contro denaro”. Qui invece è qualcos’altro. Si tratta soprattutto di un diverso modo di concepire i consumi, di valutare l’impatto sociale e ambientale che hanno gli oggetti, spesso anche di interrogarsi e chiedersi, davanti a qualcosa, “ma mi serve davvero”?.

“Mi piacerebbe credere che negli ultimi 5 anni il rapporto con il consumo tra le persone sia cambiato, in termini di capitalismo e di ambiente”, dice ancora Tom. “Free Your Stuff è principalmente un punto di riferimento per le persone che non hanno molti soldi (…) Poi c’è il fattore anticapitalista: pensiamo che sia semplicemente fantastico mandare a quel paese il capitalismo e costruire una sorta di controcultura”.

——> Leggi l’intervista in tedesco ai coordinatori di Free Your Stuff Leipzig

Free your Stuff non è un termine protetto, non c’è nessun copyright. Se andate su internet, potete trovare numerosi gruppi con lo stesso nome e anche un sito web. A Berlino, per esempio, ce ne sono almeno quindici, che vanno dagli 8mila ai 180mila membri, con medie di oltre mille post al giorno. Ognuno dei gruppi ha le sue regole e pone le proprie condizioni per accettare nuovi membri. Poi ci sono gruppi simili, per esempio in Italia va per la maggiore “Te lo regalo se te lo vieni a prendere”. E sempre a Lipsia sono attivi altri gruppi di condivisione, compreso il foodsharing. Ma ogni gruppo è una storia a sé e spesso l’andamento della storia lo fanno fondatori e admin.

“L’idea di base”, spiega Tom, che parla a nome di tutto il team che coordina FYSL, “è la stessa ovunque: ‘Sbarazzatevi della vostra roba, ma non fatevi pagare’. Alcuni gruppi accettano gli scambi, altri no. Noi siamo piuttosto rigidi su questo punto e vietiamo ogni contropartita. Vogliamo che le persone diano davvero la loro roba per solidarietà, non perché vogliono tirarne fuori un guadagno. Purtroppo, questo è già successo. Quando lo notiamo, entriamo in azione come amministratori. Altri gruppi sono certamente più rilassati e chiudono un occhio. Per il resto, le regole sono semplici e chiare: dare ciò che è in buono stato e prendere ciò di cui si ha bisogno”.

Ma chi è l’utente “medio” di un gruppo come FYSL? Prevalentemente donne (sono il 62 per cento), con un’età variabile tra i 18 e i 44 anni. “Un numero cospicuo di persone”, dice Tom, “è nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni. Credo che ciò sia dovuto principalmente al fatto che molte persone che stanno iniziando a mettere su famiglia usano Free your Stuff, quindi da un lato se da due nuclei familiari se ne crea uno solo ci sono ovviamente cose da regalare, però allo stesso tempo servono cose per le nuove famiglie”. C’è comunque un tipo di persona che non sarà mai rappresentato nel gruppo: chi è razzista, chi persegue ideali di superiorità di nazionalità, religione o censo. È un’esclusione che è eticamente motivata, spiegano gli amministratori. Le ragioni si trovano già nel citato disclaimer, e sono tutto sommato conseguenti allo spirito del gruppo. Come precisa Tom, “c’è una buona ragione per questo. Ci vediamo come un gruppo anticapitalista, femminista e antirazzista. Sono valori che funzionano solo insieme. E coloro che negano i diritti umani agli altri hanno perso, ai nostri occhi, la possibilità di avere cose gratuite”.

Al contrario, lo spirito di solidarietà è fortissimo. Lo si vede in ogni richiesta di aiuto, dalle più complesse a quelle più elementari. Tiziana, per esempio, lo ha sperimentato alla nascita del suo secondo figlio, Leander. La primogenita, Susie, la seguiva passo passo. “Susie aveva scelto la sua prima bambola al Flohmarkt di Lene Voigt Park per un euro”, ci racconta. “Amea, la “sua” baby, è cresciuta insieme a Leander. Io allattavo Leander, Susie allattava Amea. Però presto è arrivato l’inverno e Amea ancora non aveva vestiti. Ho scritto sul gruppo chiedendo se qualcuno avesse degli abiti per la bambola. Una ragazza mi ha proposto una cosa ancora più bella: ha cucito dei vestitini apposta per Amea! ❤ E grazie ad un’altra ragazza del gruppo Susie ha anche avuto una macchina fotografica vera! Con l’obiettivo che si apriva spingendo il pulsante. Era un apparecchio ormai in fin di vita, ma ha resistito quel paio di mesi necessari a fare felice la mia bimba”.

Va detto che i piccoli sono in qualche modo i veri protagonisti di questo gruppo, visto che la maggior parte dei post riguardano cose necessarie alla loro crescita e soprattutto alla loro voglia di giocare. Però a spulciare ogni annuncio si trovano sempre delle “perle” divertenti, compresa la ricerca di tappeti volanti o l’offerta di tartarughe marine imbalsamate.

E oggi Free Your Stuff vuole ampliare i suoi partecipanti, allargarsi un po’ più alla città. Hanno pubblicato una sorta di appello alla mobilitazione sulla pagina del gruppo, una richiesta di diffusione – “Operazione calamita“, l’hanno chiamata – ma anche di aiuto: serve qualcuno che faccia un nuovo logo. Vi va di provare?

 

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