Il razzismo uccide. Anche in Germania.

Mentre scoppiano nuove rivolte negli Stati Uniti, diversi governi devono fare i conti con il proprio razzismo istituzionalizzato. E la Germania non fa eccezione. 

di Giulia Galeano

Tre mesi dopo la morte di George Floyd la polizia statunitense è di nuovo al centro dell’attenzione (e dello sdegno) per un nuovo episodio di violenza razzista, l’ennesimo sulle strade americane. La vittima stavolta si chiama Jacob Blake ed è stato colpito alle schiena sette volte da un agente armato di pistola. È successo il 23 agosto a Kenosha, in Wisconsin. Le proteste che ne sono seguite hanno portato a giorni di rivolta nella città – 100mila abitanti, a 20 chilometri dalla capitale dello Stato Milwaukee e a 30km da Chicago – e a nuove violenze contro la comunità afroamericana, con il saldo finale di due vittime, uccise da un adolescente di diciassette anni che la polizia ha lasciato girare indisturbato con un fucile, come mostrano diversi video.

Eppure sembrava che la morte di George Floyd avesse scosso la società americana e aperto finalmente un dibattito anche al Congresso. Complici anche le centinaia, migliaia di cortei in tutto il mondo. Il 7 giugno scorso anche a Lipsia le strade si erano riempite di manifestanti che si erano mobilitati contro il razzismo e a sostegno delle proteste del movimento Black Lives Matter. L’hashtag #saytheirnames, mutuato da una campagna dell’African American Policy Forum, invitava a ricordare i nomi delle vittime della violenza razzista delle forze dell’ordine e far conoscere le loro storie. E così, sui cartelli e gli striscioni che hanno attraversano le strade del centro, oltre a pugni chiusi e slogan, si potevano leggere i nomi di alcuni dei troppi afroamericani che hanno perso la vita assassinati dalle forze dell’ordine. C’era naturalmente il nome di George Floyd, la cui brutale esecuzione avvenuta lo scorso 25 maggio a Minneapolis, catturata in diretta social da uno degli astanti e rapidamente diffusa in rete e dai mezzi di informazione, ha costituito la scintilla che ha scatenato la mobilitazione. Non sono mancati tuttavia i nomi di quanti, negli Stati Uniti come qui in Germania, sono stati uccisi senza testimoni e ancora attendono giustizia. Come il razzismo, anche la violenza delle forze dell’ordine nei confronti di cittadini inermi ed affidati alla custodia dello stato, è un virus che non conosce confini. Uno degli striscioni apparso quella domenica recitava “Amad Ahmad & Oury Jalloh lebendig in der Zelle, von Deutschen Polizisten verbrannt“, ricordando due controverse vicende che hanno sconvolto la Germania, rispettivamente 2 e 15 anni fa.

Oury Jalloh, richiedente asilo della Sierra Leone, il 7 gennaio del 2005 venne trovato morto nella propria cella di Dessau, Sassonia-Anhalt, in seguito all’incendio del materasso ignifugo su cui giaceva, con mani e piedi ammanettati. La sentenza del tribunale di Magdeburg ritenne possibile che potesse essere stato lo stesso Jalloh, con un accendino, che non era stato ritrovato in un primo momento sulla scena del crimine, ad appiccare l’incendio che gli aveva tolto la vita.

Alle ore 12 di quello stesso giorno, il responsabile di servizio aveva disattivo l’allarme antincendio, pensando fosse scattato per errore, ed era impegnato in una conversazione telefonica mentre Oury Jalloh era in preda alle fiamme. Quando, come ha affermato, è accorso per spegnere il rogo con una coperta, era ormai tardi. Di tutto il procedimento giudiziario è stato l’unico a subire una condanna: il pagamento di una pena pecuniaria di 10’800€, per non aver supervisionato il sospettato, che avrebbe già compiuto in precedenza atti di autolesionismo. Nella perizia del 2005 venne infatti riscontrata la frattura del setto nasale di Oury Jalloh, che, stando alle testimonianze degli agenti responsabili dell’arresto, si era procurato battendo la testa contro il finestrino della volante che lo conduceva in commissariato. La famiglia della vittima ha lanciato un’iniziativa di raccolta fondi riuscendo ad ottenere una nuova perizia da parte di una commissione investigativa internazionale e indipendente, composta di medici, giuristi ed esperti di incendi. Questa commissione ha ritenuto del tutto inverosimile che la vittima potesse essere ancora in possesso di un accendino in seguito alla perquisizione e per di più arrivare ad usarlo mentre si trovava ammanettata alla branda. Inoltre, dalla visita medica a cui Jalloh era stato sottoposto la mattina di quello stesso 7 gennaio, all’ingresso nella stazione di polizia, non era emersa alcuna ferita. Eppure il nuovo rapporto forense suggerisce che Jalloh abbia riportato, oltre alla rottura del naso, anche la frattura del cranio e di una costola. Entrambe le lesioni sono state subite dall’uomo quando era ancora in vita, non ad esempio nelle successive operazioni di soccorso o trasporto, ed è pressoché impossibile che la vittima possa essersele autoinflitte. Questi particolari mai citati nel corso del procedimento svelano possibili violenze subite dal richiedente asilo e tentativi di insabbiamento.

Das Problem heißt Rassismus. Oury Jalloh unvergessen!” Naumburger Str./ Zollschuppenstr., Leipzig

La nuova perizia ha portato dunque alla luce importanti particolari che potrebbero chiarire le tante zone d’ombra della vicenda. Eppure lo scorso 24 ottobre la corte d’appello di Naumburg ha respinto il ricorso presentato su richiesta dell’”Iniziativa Oury Jalloh”: non ci sarà alcun nuovo processo. Nella votazione per la costituzione di una commissione di inchiesta i partiti di coalizione CDU, SPD e Die Grüne si sono astenuti, sollevando dure critiche da parte di rappresentanti politici e dell’opinione pubblica. L’allora portavoce del partito Die Linke ha condannato il gesto e parlato di “razzismo istituzionale” e problemi strutturali all’interno delle forze di polizia.

Proprio lo scorso venerdì 28 agosto è stato pubblicato il rapporto dei due consulenti incaricati dal Landtag della Sassonia-Anhalt di investigare sulla morte di Jalloh, documento che riconosce le violazioni nei procedimenti dalla polizia e le lesioni commesse. In primo luogo la detenzione non sarebbe stata affatto necessaria, poiché le generalità e il domicilio dell’arrestato erano noti al corpo. Inoltre molte azioni, dal fermo al prelievo di campioni di sangue, avrebbero dovuto seguire la decisione di un giudice. Infine le violenze e il fatto stesso che l’uomo giacesse sulla schiena ammanettato alla branda sono da considerarsi ingiustificate ed inammissibili violazioni dei diritti fondamentali dell’individuo. Per questi reati tuttavia è decorso il termine: non sarebbe ormai possibile attribuire le violazioni ai singoli agenti. Non va in prescrizione invece l’omicidio, ma in merito il rapporto non presenta novità sostanziali.

Una vicenda tragicamente simile si è verificata nel settembre 2018, quando il ventiseienne siriano Amed Ahmad è morto nel rogo divampato in una cella del commissariato di Kleve, cittadina della Renania Settentrionale-Vestfalia, al confine con i Paesi Bassi. Amed era stato oltretutto arrestato per un incredibile scambio di persona al posto di Amed Amed, pseudonimo di Amedy Guira, maliano, nero. Amed e Amedy avevano in comune solo uno dei nomi più diffusi nei paesi di tradizione islamica e la data di nascita, il 01.01.1992. Il primo gennaio è la data di nascita dichiarata da chi non conosce la propria o non ha un certificato che la attesti, verosimilmente la più diffusa tra quanti raggiungono l’Europa scappando da guerra o violenze, percorrendo migliaia di chilometri a piedi e rifugiandosi in luoghi di fortuna.

La storia degli ultimi anni ci mostra che purtroppo quelli di Oury Jalloh e Amed Ahmad non sono affatto casi isolati. L’iniziativa Death in Custody, che unisce diversi gruppi antirazzisti e privati, con lo scopo di chiarire le circostanze e chiedere giustizia per le morti sotto la tutela delle forze dell’ordine, dal 1990 al giugno di quest’anno conta 159 decessi di detenuti in custodia in Germania, inclusi casi di mancato soccorso e presunti suicidi. La campagna ha mostrato che se i responsabili delle violenze indossano un’uniforme, secondo gli autori della ricerca, difficilmente arrivano a pagare per i reati commessi.

Secondo un nuovo studio dell’università di Bochum, nel solo 2019 ben 12mila agenti hanno commesso violenze nei confronti di civili. Si tratta di una cifra finora nemmeno ipotizzata: le statistiche ufficiali dicono che ogni anno sono circa 2mila gli agenti denunciati per violenza. Di questi, solo il 2 per cento finisce sotto processo e solo l’1 per cento viene condannato. Lo studio dell’università va oltre questa statistica: non dice solo il numero delle denunce, ma racconta soprattutto il sommerso, la violenza non detta, verbale e fisica. Quella che non finirà mai nelle aule dei tribunali né sulle pagine dei giornali.

 

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