Referendum, le ragioni del sì e del no

Per chi non è iscritto all’Aire i tempi ormai sono scaduti, a meno che non si opti per un volo in direzione Italia. Ma per chi ha ricevuto il plico dall’Ambasciata italiana a Berlino si avvicina il momento del voto: in meno di tre settimane (il 20 e 21 settembre in Italia, entro il 15 settembre per chi è all’estero) si voterà per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari e per l’elezione di 6 governatori di altrettante regioni: Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia. A queste si aggiunge la Val d’Aosta, dove non è prevista l’elezione diretta della massima carica regionale, ma che andrà al voto per il rinnovo del consiglio.
Nella maggior parte delle regioni il voto era previsto in primavera, ma la chiusura forzata dovuta all’epidemia di Covid19 l’ha fatto slittare di alcuni mesi. L’eccezione è di nuovo rappresentata dalla Val d’Aosta, le cui elezioni non erano previste ma si sono rese necessarie per la caduta della giunta regionale nel febbraio scorso.

—–> elezioni regionali, chi sono i candidati e le liste che li sostengono

Anche il referendum costituzionale era previsto a marzo, dopo che 71 parlamentari di diversi schieramenti politici avevano depositato (ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione) una richiesta di consultazione popolare per confermare la legge già approvata nel 2019 dai due rami del Parlamento in prima e seconda deliberazione (rispettivamente a febbraio e luglio per il Senato, e a maggio e ottobre per la Camera). La legge, che faceva parte dell’accordo di governo firmato tra M5s e Lega, era stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale il 12 ottobre 2019, quando il governo gialloverde era già affondato – complice l’estate del Papeete del vice premier Salvini e la conseguente apertura ufficiale della crisi politica. Con la formazione di un nuovo governo tra Pd e M5S anche la stessa Lega avrebbe chiesto la conferma, per via referendaria, della legge approvata.

Un precedente tentativo di conferma della legge per referendum popolare – indetto dai radicali – non aveva avuto successo: appena 699 firme raccolte sulle 500mila necessarie. Ricordiamo che la riforma votata prevede anche la modifica dell’articolo 59 della Costituzione, che viene riformulato così da chiarire che il numero di senatori a vita non può essere complessivamente superiore a 5 (e non che ogni presidente della Repubblica possa nominarne 5).

Poiché il referendum è confermativo, non è previsto un quorum: il risultato del voto sarà valido anche se dovesse, per ipotesi, votare una sola persona.

——–>Taglio dei parlamentari, il dossier della Camera dei deputati

Perché un referendum?

Nonostante la legge sia stata approvata a larghissima maggioranza alla Camera (553 voti favorevoli e 14 contrari, e due soli astenuti) il dibattito anche in sede di voto ha mostrato le divisioni all’interno degli stessi partiti. Nel Movimento 5 Stelle ci sono state molte voci contrarie, così come nel Partito democratico, che pure aveva accettato il taglio dei parlamentari come impegno di governo. A leggere il resoconto della seduta della Camera, si nota come la contrarietà non sia “di principio” ma riguardi il complesso della riforma e le sue tempistiche. Più che contro il taglio dei parlamentari, la maggior parte degli interventi insistono sulla necessità di una modifica generale della rappresentanza.
Nelle intenzioni, la riforma costituzionale degli articoli 56 e 57 sul numero dei parlamentari doveva essere accompagnata da una riforma elettorale per consentire una migliore rappresentanza degli elettori. Diverse questioni, non ultima l’epidemia da Covid19 che ha stravolto l’agenda politica e ridisegnato le priorità, ne hanno rallentato l’iter.

Gli schieramenti politici

Come si è visto, l’ultima votazione avvenuta alla Camera ha mostrato la quasi unanimità dei partiti a favore della riforma. Hanno votato sì i partiti che costituivano il precedente governo gialloverde (e che quindi avevano espresso parere favorevole nelle precedenti votazioni) e hanno votato sì i partiti della nuova coalizione, anche se precedentemente critici con la riforma. Ma nel corso di questi mesi di campagna referendaria molte posizioni sono cambiate e sono apparse meno sfumate.
Ufficialmente danno indicazione di voto favorevole alla riforma il Movimento 5S, Fratelli d’Italia, Lega. Il Pd (ma con numerose defezioni al suo interno) condiziona il proprio “sì” all’impegno del governo sulla legge di riforma elettorale.
Preferirebbero un “no” alla legge Italia Viva (il partito di Renzi, che però lascia la cosiddetta “libertà di voto”), Azione (Carlo Calenda), Forza Italia (con Berlusconi in prima fila ma MariaStella Gelmini contraria), Sinistra italiana, +Europa.
Le motivazioni alla base di tali indicazioni sono di diverso tipo. Pesa l’incognita su quale potrà essere la successiva e indispensabile riforma elettorale, la cui formulazione potrebbe stravolgere il significato del taglio ai parlamentari e rendere impraticabile il lavoro di Camera e Senato.

C’è poi ovviamente una strategia politica: a sinistra Renzi preferisce non collocarsi direttamente in modo da poter poi spendere su due tavoli la sua scelta, Calenda punta a differenziarsi da Zingaretti e a creare un asse “liberista” con Bonino e gli ex radicali, all’interno dello stesso Pd le diverse posizioni hanno lo scopo di non perdere completamente, quale che sia il risultato referendario.

A destra Fratelli d’Italia vuole raccogliere l’anima populista dei 5Stelle orfana del governo gialloverde, sottraendola a Salvini. L’ex vicepremier si è un po’ defilato, preferendo dedicarsi ai candidati a governatore targati Lega (cosa che tra l’altro confligge con l’idea di “rappresentanza” del candidato nel territorio, se poi la campagna elettorale la fa il leader di partito). Forza Italia, in calo di consensi, adotta la stessa strategia di Italia Viva.

Le ragioni del “sì” al quesito referendario

Negli inviti a votare “sì” compare come principale motivo il risparmio economico, cioè il costo minore dei parlamentari eletti. Un risparmio quantificato in 285milioni a legislatura. Tuttavia il risparmio è relativo se comparato alle spese complessive dell’amministrazione dello Stato.
Altro motivo importante è lo snellimento del lavoro: un parlamento meno “pesante” avrebbe più facilità di prendere decisioni. Scrive il M5S sul suo blog: “Perché la riforma rende più efficienti il Parlamento? Vediamo un esempio: oggi alla Camera ci sono 14 commissioni permanenti, divise per materia e ognuna è composta da quasi 50 persone. Poi tutti i 630 deputati lavorano in Aula. Ognuno di essi è un legittimo portatore di emendamenti, istanze a volte di ordine generale a volte particolaristiche. Sono troppi! Così è difficile lavorare, il rischio di un dibattito infinito e troppo frastagliato è sempre dietro l’angolo”. Questa “facilità” non è però esente da critiche: portata all’estremo (basta uno solo a decidere) rappresenta il contrario stesso della democrazia. Come osserva Alberto Asor Rosa, storico espondente del Pci, docente di Letteratura italiana: “(…) in presenza di un funzionamento stento e difficoltoso delle Camere, invece d’intervenire nel merito (assetto e compiti della Presidenza e delle Commissioni, rapporto Parlamento-Governo, rapporto partiti-Camere ecc.) si addita il nemico nel numero troppo elevato dei parlamentari e lì si attacca il sistema. Il messaggio che universalmente passa è che quanti di meno fossero i parlamentari, tanto meglio sarebbe. E se si sopprimessero tutti non sarebbe ancora meglio? Sullo sfondo questa – e cioè la sostanziale superfluità e inutilità del sistema – è la prospettiva che si affaccia”.

Altro motivo a favore del “sì”: la qualità dei deputati e dei senatori. Minore il loro numero, maggiore la competenza e capacità che devono dimostrare per essere scelti come rappresentanti, e più vincolante per i partiti l’obbligo a candidare persone in grado di convincere. Purtroppo questa resta una utopia, come si è visto anche si recente con le candidature regionali.
Ne è convinta Elly Schlein, ex deputata europea e oggi vice presidente dell’Emilia Romagna, schierata a favore del “no”:  “Avere meno deputati e senatori non garantisce di averne migliori, anzi. Tanto più perché si tratta di un intervento parziale, trainato dagli argomenti sbagliati come quello del taglio dei costi – che è irrisorio – ma senza un disegno complessivo, a partire da una legge che dia la possibilità agli elettori di scegliere chi mandare in parlamento e dia una adeguata rappresentanza dei territori. Non si sfiora la questione morale nei partiti, non si ripensano i metodi di selezione della classe dirigente. Nel complesso si rischia di rafforzare – ancora più di oggi – quei meccanismi che danno ai leader e alle segreterie dei partiti il potere di decidere chi verrà eletto, anche a discapito del dissenso, dell’autonomia, della libertà di pensiero”.

Le ragioni del “no” al quesito referendario

Alla base del “no” alla riforma così come è attualmente, c’è timore che un minor numero di parlamentari diminuisca la rappresentanza politica e favorisca le oligarchie. Si dice che a un numero maggiore di senatori e deputati corrisponda una maggiore libertà di scelta per gli elettori e una possibilità in più di sottrarsi alle candidature imposte dall’alto. Scrive il giurista Giuseppe Musacchio: “Con questa riforma il Parlamento conterà sempre di meno, sarà per l’appunto una maggioranza di parlamentari, fortemente vincolati da chi deciderà della loro successiva elezione, a causa anche della disarticolazione sociale dei partiti, della loro neutralizzazione come fonti di legittimazione titolari delle funzioni di indirizzo politico, di controllo e di responsabilizzazione”.
Ma i fautori del sì ribattono che per evitare questo pericolo basterebbe il senso di responsabilità dei singoli partiti e un diverso meccanismo di designazione dei candidati, evitando per esempio i “listini bloccati”.

Chi vota (e invita a votare) “no” insiste anche sul pericolo di una scelta populista nel senso peggiorativo del termine, che anziché individuare i reali problemi del funzionamento dello Stato scarica il problema sui “costi della casta”. Al risparmio dato dal taglio dei parlamentari oppongono altre soluzioni ugualmente vantaggiose dal punto di vista economico, come l’abolizione del senato o la riduzione dello stipendio di tutti i parlamentari (proposta, questa, che suona però altrettanto populista).

Minor numero di eletti: cosa cambia per chi risiede all’estero?

——> Voto per i residenti Aire in Germania: istruzioni e scadenze

La riduzione dei parlamentari interessa anche le elezioni nella circoscrizione Estero: i deputati passano da 12 a 8, i senatori da 6 a 4. Le quattro ripartizioni (Europa, America meridionale, America del Nord e America centrale, Africa/Asia/Oceania/Antardide) comprendono un totale di 5.486.081 cittadin* italian* secondo l’ultimo censimento pubblicato a gennaio in Gazzetta Ufficiale. Circa la metà sono quelli iscritti nelle liste elettorali, con un tasso di astensione al momento del voto pari a circa il 60 per cento. Per l’Europa, i deputati passerebbero da 5 a 3, i senatori da 2 a 1; per l’America del Sud, i deputati da 4 a 2, i senatori da 2 a 1. Restano invariate le altre due ripartizioni.
Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE, istituito con la legge 368/89) aveva chiesto, nell’aprile 2019, che non venissero modificati i numeri degli eletti nella Circoscrizione Estero: “pur non essendo contrari alla riduzione del numero dei parlamentari italiani (…)  rivolge l’appello a prendere iniziative a sostegno della richiesta di aggiungere 12 deputati e 6 senatori alla proposta di legge che vorrebbe attribuire alle aule parlamentari 400 deputati e 200 senatori”. In sostanza, il CGIE chiedeva -ma la proposta non è passata in sede legislativa – di considerare gli eletti all’estero come parlamentari in più, così da formare un Senato di 206 persone e una Camera dei deputati di 412 persone. Sulla base di questa mancata modifica la deputata del Pd Angela Schirò, eletta nella Circoscrizione Estero/Europa aveva motivato il suo voto contrario alla riforma proposta.

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