Hanau, un anno dopo.

Un anno fa la strage razzista di Hanau, dove hanno perso la vita dieci persone. Oggi sono previste manifestazioni in più di cento città tedesche. E i parenti delle vittime ora presentano denuncia contro il padre dell’omicida. “Rappresenta un pericolo”, dicono.

di Mavi Caporali

Mancava una manciata di minuti allo scoccare delle 22, quella sera del 19 febbraio 2020. I bar iniziavano a chiudere, chi aveva finito il turno di lavoro si fermava per un’ultima sigaretta, un bicchiere di qualcosa. Sugli schermi andava la partita del Tottenham contro il Rb Leipzig. “Stavamo mangiando quando sono cominciati gli spari”, ricorda Said Etris Hashemi. “Poi lui è entrato”. Lui si chiama Tobias Rathjen, ha 43 anni, uno zaino pieno di munizioni e in mano un’arma. A due chilometri e mezzo di distanza ha appena ucciso tre persone davanti a “Le Votre” e “Midnight”, due bar del centro di Hanau, città a 25 chilometri da Francoforte. Un uomo ha tentato di inseguirlo con la sua macchina, telefonando a più riprese alla polizia ma senza risposta. Ora che lo ha raggiunto, che anche lui ferma l’auto nel piazzale, Rathjen gli spara attraverso il finestrino. Qui c’è un altro bar, l’Arena, altre persone. Lui spara ancora, poi torna a casa. In dodici minuti – questo il tempo calcolato dalla polizia – ha fatto nove vittime. Poi, a un’ora imprecisata, l’omicidio della madre e il suo suicidio. Gli agenti, dopo ore di assedio, entreranno dentro casa sua alle tre del mattino, trovando i cadaveri. Il padre, che era all’interno, dirà di non aver sentito niente. Né gli spari, né gli elicotteri, né le voci degli agenti.

——–> L’elenco delle manifestazioni/commemorazioni del 19.02.21

Said Nesar Hashemi, Ferhat Unvar, Mercedes Kierpacz, Sedat Gürbüz, Gökhan Gültekin, Hamza Kurtovic, Kaloyan Velkov, Vili Viorel Paun e Fatih Saraçoglu. Sono i nomi di nove delle vittime e dicono da subito che quella di Hanau è una strage razzista. Lo confermano le autorità, lo sostengono i politici locali, il sindaco della città, il presidente del Parlamento regionale. E lo dice chiaramente anche l’assassino.

Tobias Rathjen ha lasciato un “manifesto” ideologico, un sito internet, almeno due video su youtube. Gli stranieri erano la sua ossessione e tutte le sue vittime erano tali ai suoi occhi, anche se nate in Germania o vissute in Germania da generazioni. Persone con cognomi turchi, bulgari, bosniaci, afghani per lui non sarebbero mai state tedesche. Da anni presentava denunce alla polizia o agli uffici amministrativi su presunte spie che lo seguivano, su servizi segreti che lo controllavano, su minacce che gli venivano fatte. Lamentava la presenza di “stranieri” nelle istituzioni, negli uffici pubblici, nei negozi. Dietro un’apparenza da impiegato di banca c’era un mondo di complottismo che si è tradotto in almeno 250 denunce presentate nel corso degli anni, molte delle quali a firma sua e del padre, Hans-Gerd Rathjen. I temi erano diversi ma accomunati dalla stessa matrice razzista: il dominio degli stranieri sui tedeschi, favorito dalla politica. La soluzione per lui era sterminare tutti, cominciando dall’Oriente per poi arrivare all’Africa, all’America latina e inevitabilmente anche a tutti i cittadini tedeschi di origine straniera. Questo è quanto scrive nel documento sul suo sito caricato pochi giorni prima della strage, 24 pagine che iniziano con “Messaggio a tutto il popolo tedesco”. A novembre, tre mesi prima, aveva scritto al Procuratore generale esponendo parte dei temi che ricorreranno poi nel documento. Ma secondo la procura non c’erano elementi per classificare Tobias Rathjen come razzista o estremista. E nemmeno per fare un controllo sul suo porto d’armi.

Tobias Rathjen era autorizzato a detenere armi, nonostante ci fossero a suo carico attestazioni di problemi psichici – e la stessa lettera al Procuratore li testimonia – tuttavia non sono state prese in considerazione o non sono mai arrivate alle autorità preposte al rilascio dei permessi. I parenti delle vittime non smettono di ricordare come sia stato sottovalutato il pericolo. Çetin Gültekin, fratello di Gökhan, in una intervista con Die Zeit si chiede come sia stato possibile. “ Perché qualcuno può pubblicare un manifesto di estremismo di destra sul proprio sito web e inviare materiale alla Procura federale e all’Ufficio del pubblico ministero e nessuno manda almeno due agenti a dare un’occhiata al ragazzo? Era già noto alle autorità attraverso molti procedimenti e ha scritto di una ‘denuncia finale’ sul suo sito web. Se avessi scritto io del genere, la polizia sarebbe arrivata alla mia porta mezz’ora dopo. Ma a un estremista di destra non succede nulla”.

A livello locale e federale sono evidenti le lacune nel controllo delle armi: quasi un milione di possessori, più di 5milioni di armi in circolazione, solo 550 uffici e alcune migliaia di addetti alle verifiche. Rispondendo a una interrogazione parlamentare di Die Linke presentata lo scorso 21 gennaio, il governo conferma che, secondo le informazioni dell’Ufficio per la protezione della Costituzione, alla data del 28 dicembre 2020 c’erano 1.203 persone appartenenti all’estrema destra, o sospettate di appartenenza, in possesso di regolare porto d’armi. In dodici mesi, dunque, si sono raddoppiate. Perché l’anno precedente erano 528. Tobias Rathjen era uno di loro. Così come lo era Markus H. , accusato e poi prosciolto dalle accuse di complicità nell’omicidio di Walter Lübcke.

“Riconosciamo che 76 anni dopo la Shoah abbiamo un evidente e preoccupante problema di estremismo di destra e razzismo”, ha detto il presidente del Parlamento dell’Assia, Boris Rhein, parlando il 16 febbraio scorso a una cerimonia di commemorazione delle vittime. Molto di quel razzismo siede nei parlamenti regionali e in quello federale, accusano Spd, Linke, Gruenen, la stessa Cdu. L’indice è puntato sui parlamentari AfD e sulle loro invettive contro gli immigrati, contro l’islam, contro la presenza di stranieri, inventive che alimentano l’odio e da cui Tobias Rathjen aveva preso spunto. Anche Angela Merkel, nel suo ultimo podcast del sabato, ha ricordato che il razzismo è un veleno e l’estremismo di destra  è un problema, uno dei più gravi problemi che la Germania deve affrontare. E lo deve affrontare anche nelle sue stesse istituzioni, in particolare nella polizia e nell’esercito.

Uno degli elementi che più acuiscono il dolore dei parenti delle vittime è la testimonianza dell’impossibilità di contattare il servizio di emergenza della polizia la sera della strage. Non ci sono solo i tentativi di chiamata di Vili Viorel Paun, che con la sua macchina inseguiva Tobias Rathjen. Ci sono i tentativi fatti dagli scampati alla prima sparatoria, e quelli di chi ha assistito dalle finestre di casa agli omicidi. Eppure la centrale quella sera registra solo 5 chiamate. Senza un processo – che non avrebbe imputati, visto che l’assassino si è suicidato – non ci saranno risposte convincenti ai dubbi dei parenti. E il dubbio è se sia stata volontaria o meno la mancata ricezione delle telefonate, in un Land, l’Assia, dove la polizia è sotto accusa per la scoperta di chat razziste, di atteggiamenti di estrema destra, di sospetta appartenenza di alcuni agenti a organizzazioni estremiste. Pesano, sui dubbi, anche le vicende del Nsu, l’organizzazione di neonazi che tra il 2006 e il 2011 uccise 11 persone, quasi tutte di origine straniera, senza che la polizia indagasse sugli ambienti dell’estrema destra, liquidando per anni gli omicidi come “regolamento di conti interni”.

E pesa anche la decisione di non prendere provvedimenti nei confronti del padre di Tobias Ratjen, Hans-Gerd. Il 72enne è stato solo brevemente interrogato dalla polizia dopo gli omicidi, ricoverato in osservazione in una clinica privata e poi lasciato tornare a casa. A suo dire, non si era accorto di nulla, era andato a letto intorno alle 20 e non si svegliato fino all’irruzione delle forze speciali in casa. Ma un testimone dice di aver visto, la sera della strage verso le 23, il padre chino a guardare all’interno della macchina del figlio. Il motivo non è chiaro e non è stato indagato. Padre e figlio condividevano le stesse idee di complottismo e di odio verso gli stranieri, agivano spesso insieme sia nelle denunce alle autorità sia nelle rimostranze verso il vicinato. Hans-Gerd Rathjen ha continuato con lo stesso identico atteggiamento, ma nel corso del tempo ha aggiunto altri elementi: le vittime si trasformano, per lui, in assassini, il nome della sua famiglia è stato infangato, le autorità sono colpevoli di aver disperso le ceneri del figlio in mare, e in ogni caso il figlio non ha ucciso nessuno, perché è stato rapito da un servizio segreto mentre un uomo, che si fingeva Tobias, commetteva gli omicidi per farlo accusare di assassinio. Su questa base Hans-Gerd Rathjen ha presentato due denunce nell’ultimo anno, la più recente a dicembre. Ha inveito più volte contro i parenti delle vittime, ha chiesto alle autorità di togliere i riferimenti alla strage nei luoghi cittadini, compreso il memoriale in ricordo degli omicidi, ha accusato il sindaco di “sedizione” per aver detto che le vittime non erano stranieri, ma cittadini. L’uomo continua a vivere nella stessa casa di prima, vicino a uno dei due luoghi della strage, e ora ha comprato un pastore maremmano per proteggersi “dai nemici e dai servizi segreti”. Così alla fine le famiglie delle vittime hanno dato incarico a un avvocato di presentare denuncia: in sedici pagine dettagliano le accuse contro l’uomo, ipotizzando che sia stato l’ideologo e ispiratore del figlio, nonché suo complice.

Se la procura accoglierà la denuncia, potrebbe aprirsi un processo sulla strage di Hanau. E forse molte delle domande potrebbero trovare delle risposte.

 

Approfondimenti

Il documentario di ARD ——->  “Hanau, una notte e le sue conseguenze”

Tagesschau ———> Rechtsterrorismus: Vom Nsu bis  Gruppo S. 

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