Tipp da top(o), ovvero cosa leggere – in italiano – a Lipsia

Dopo un lungo periodo di chiusura, ha riaperto la biblioteca di Italiani a Lipsia (ogni giovedì, dalle 17, presso Europa Haus). Sono anche tornati gli incontri di lettura, e il prossimo appuntamento sarà il 26 ottobre alle 17:30 con “Mio fratello rincorre i dinosauri” di Giacomo Mazzariol.
Nel frattempo Davide, il nostro bibliotecario, rovista tra i libri disponibili nel nostro archivio e si lancia in sperticate lodi. Perché allora non farne una rubrica? Ecco a voi “Tipp da top”, consigli di un topo di biblioteca.

di Davide Gottini

Lo confesso impunemente: non so bene che fare di questo spazio. Dell’ennesimo bubbolio di ovvietà su autori e titoli che tutti dovrebbero conoscere credo che nessuno avverta il bisogno, di prediche stucchevoli sull’importanza della lettura, specialmente per mantenere irrigate le menti dei ragazzi, lo stesso, e di consigli onestamente non mi sento proprio in grado di offrirne.

Iniziamo allora col chiamare le cose col proprio nome. Questa è un’occupazione.

Silenziosa, umile, quasi invisibile. Mi adagerò comodo sulla poltrona, ancorerò gli avambracci alla scrivania, fisserò il muro del sottoscala della Europa-Haus per qualche istante, e occuperò lo spazio di questo nostro sito con cadenza almeno settimanale.

I libri che formano il catalogo della Biblioteca saranno inevitabilmente la mia materia prima. Che già li conosciate o meno, sarà irrilevante. Finanche venire qui, prenderli in prestito e leggerli, per colmo del paradosso, mi farà piacere, ma conta fino a un certo punto. Saprete che ci sono, che sono qua, e sono vostri. Io, semplicemente, ve lo rammenterò di tanto in tanto.

Oggi, per cominciare abbuffandosi, ne ho scelti tre. Calvino, Rodari e Abbado.
Claudio, sì, il Direttore d’orchestra.

Introducendo la sua ‘Casa dei suoni’ Abbado scrive: “Ho accettato la proposta di scrivere questo libro perché, da quando dirigo orchestre composte da giovani musicisti, (..), ho ritrovato in loro un entusiasmo e uno slancio non ancora intaccati né rovinati dalla professione o, come in certi casi accade, dalla vita. (…) Dedico queste pagine ai giovani, come testimonianza della mia riconoscenza e amicizia verso i nuovi musicisti, che intendono la musica come una ragione di vita”. Abbado racconta di sé, di come ascoltava suo padre suonare la Ciaccona di Bach, di quando sognò la musica dentro il grammofono prendere vita nella sua stanza da letto e la notte popolarsi di misteriosi e minuscoli musicisti. Racconta ai giovani a cui dedica il suo libro della prima volta che andò al Teatro della Scala, e di quanto esigente fosse suo padre, quando suonavano insieme. “La maggior sorpresa, e il segreto più importante che mi ha lasciato – scrive Abbado ricordando quelle estenuanti sedute al pianoforte – fu che fare musica con qualcuno non vuol dire tanto saper suonare quanto saper ascoltare. (…) Nella vita, come nella musica, è indispensabile saper ascoltare gli altri, per poterli accompagnare.” La seconda parte del libro spiega con linguaggio semplice ma non semplicistico cosa sia la musica da camera, quali siano i componenti dell’orchestra e come funziona il mestiere del Direttore. Nella conclusione, Abbado riflette su “Come si dovrebbe ascoltare la musica”, e ci rivela di essere sempre stato in imbarazzo di fronte a questo problema, perché ciò che a lui sembra così naturale è al contempo tanto difficile da spiegare. Ma suggerisce di “tener sempre presente la strettissima relazione tra musica e realtà, perché ogni musica riflette e descrive il proprio tempo”. Anche quando non capiamo, dovremmo sempre sforzarci di “imparare ad ascoltare, nella certezza che ogni musica, come un linguaggio, ci parla del nostro tempo, della nostra storia e di noi.”

Da un classico all’altro, mi girano per le mani Calvino e Rodari (di cui l’anno scorso ricorreva il centenario) e non so chi scegliere, e non sceglierò. Mi paiono entrambi esempi calzanti per provare che quel polveroso concetto di ‘classico’, di così accademico e cervellotico non ha poi molto.

Il Canone è qui, siamo noi, è un pomeriggio d’inverno, in quarta elementare, quando la maestra prese a raccontarci di Marcovaldo, di quella volta che quasi s’avvelenò coi funghi di città, o di quando tutti i palazzi e le strade scomparvero sotto la neve. E noi, pesti di bambini, restavamo ipnotizzati dietro quelle sue avventure stravaganti. E così è anche Rodari, impigliato tra i ricordi. D’estate, prima che l’afa si placasse un po’ e ci lasciasse andare al mare, mia nonna mi leggeva le ‘Favole al telefono’, lasciandomi scegliere a piacimento i finali.

E rileggendoli oggi, mille anni dopo, mi diverto ancora come quando avevo otto anni.

Questa sensazione di freschezza, che certi libri mantengono indipendentemente dal loro essere o meno capolavori della letteratura mondiale, li rende rari e preziosi. Non hanno bisogno di film promozionali, di costumi, attori di culto, premi o file di scaffali pieni di plasticoso merchandising. Hanno questa bizzarra qualità, i classici: che nel farsi leggere, rileggere e ricordare, bastano sempre a se stessi.

Bibliografia:

Claudio Abbado, “La casa dei suoni”, Babalibri 2007. Illustrazioni di Paolo Cardoni e Gilberto Corretti

Italo Calvino, “Marcovaldo”, Einaudi 1980

Gianni Rodari, “Altre favole”, Einaudi Ragazzi 1996. 

 

Immagine di copertina tratta dal libro di Claudio Abbado

2 commenti

  1. Le favole al telefono … bellissimi, concordo. Le leggo a mia figlia (sono tedesca ma vivo in Italia). Veramente divertenti e senza tempo. Tanti saluti e complimenti per la biblioteca Italiana a Lipsia (quando vivevo io a Lipsia, fino a 2001, non ne sapevo o forse non esisteva).

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