Tipp da top(o): Il ragazzo del risciò, di Lao She

Questa settimana il nostro topo di biblioteca ci porta in Cina a seguire la vita di Xiangzi e il suo sogno di diventare tiratore di risciò. Ma questo non è un romanzo di riscatto e non ci sarà lieto fine. 

di Davide Gottini

“Quanto alto può saltare un uomo? Tu hai mai visto una cavalletta? Con un solo salto va molto lontano, ma se viene presa al laccio da un bambino non riuscirà più neppure a saltellare. Però quando è in uno sciame, e si muovono tutte insieme, ah! In un baleno divorano un intero raccolto, e non c’è modo di averne ragione!”
Il nonno del defunto Piccolo Ma sembra voler indicare a Xiangzi una via d’uscita dalla sua disperata situazione nell’unione tra gli individui, nel superamento della piatta dimensione individuale che fa dell’uomo una cavalletta inerme. Ma non è così. Il suo monologo naufraga dopo il primo sospiro: “Io sono un tipo di buon cuore, d’accordo, ma non mi è servito neppure a tenermi accanto mio nipote. Lui si è ammalato e io non avevo i soldi per comprargli le medicine, e me lo sono visto morire tra le braccia! Non parliamone più, no, non parliamo più di niente!”

“Il ragazzo del risciò” (Lao She, 1936) è il racconto del doloroso cammino verso l’abisso del giovane tiratore di risciò Xiangzi, primo eroe proletario nella storia della letteratura cinese moderna.
Xiangzi non ha un cognome, non sa quando è nato e non parla mai volentieri. E’ arrivato a Pechino dalla campagna, desideroso soltanto di intraprendere la carriera di tiratore di risciò, che crede gli porterà ricchezza e fortuna. Ma Pechino, nel 1934, è minacciata tanto dai giapponesi quanto dai signori della guerra, e Xiangzi viene presto derubato del suo risciò e di tutti i suoi risparmi. Con questa prima disavventura, da cui il giovane riesce a riprendersi più determinato di prima, comincia il discendente, tragico cammino di Xiangzi, che lo porterà al più totale abbrutimento, alla perdita di ogni senso di empatia, di dignità, di umanità. Ad ogni capitolo più maltrattato, sfruttato, alienato, Xiangzi sembra affrontare l’ingiustizia con un misto di ingenuità e rassegnazione. Finanche la sua vita semplice – tirare il risciò tutto il giorno, concedersi un pasto caldo la sera, ammirare le stagioni posarsi sulle strade eleganti, sui vicoli odorosi, sui palazzi segreti di Pechino – è resa inutile dalla sua specifica condizione umana, quella di un povero orfano ignorante.

Non c’è finale positivo, alla David Copperfield, in questo romanzo: Xiangzi è condannato alla passività. Tutto gli accade attorno, addosso, senza che lui riesca ad accorgersene, se non quando è troppo tardi. Subisce inerte truffe, violenze, sopraffazioni, e sono i suoi stessi oppressori a spingerlo talvolta alla ribellione, chiedendogli perché rimane sempre immobile, in silenzio.
Finanche più denso di significato rispetto al demone del risciò è questo paralizzato silenzio del protagonista. Accanirsi sull’oppresso perché incapace di riconoscere il suo oppressore è intenzionale miopia. L’oppresso non ha una lingua con cui esprimere il male che gli accade, non ha concetti raffinati capaci di annodare le cause agli effetti, non ha nomi propri alla cui eco potersi aggrappare, né miti, o inscalfibili verità: non ha che il suo risciò, e la sua fatica.

Pertanto, attenti lettori della sua vicenda, non possiamo condannare il comportamento di Xiangzi, quando per sessanta yuan vende alla polizia il nome di Ruan Ming, misterioso sovversivo, che davanti a una folla eccitata viene torturato e ucciso.
Lo aspetteremo soltanto annichilirsi, vittima di quel male innominabile che chiude il romanzo:“Rispettabile, ambizioso, pieno di sogni, vigoroso, possente: Xiangzi! Ormai (…) non sapeva neppure quando e dove sarebbe stato sepolto, in quale terra sarebbe finito questo degenerato, egoista, sfortunato prodotto di una società malata, spettro disperato dell’individualismo”.

Purtroppo “Il Ragazzo del risciò” non fa (ancora) parte della nostra collezione.
Potete trovarlo in tedesco alla Stadtbibliothek (Wilhelm-Leuschner-Platz 10-11) o in inglese alla Biblioteca Albertina (Beethovenstraße 6, 04107).

In italiano il libro è stato pubblicato da Mondadori, nella traduzione di Alessandra C. Lavagnino.

Dall’edizione italiana è tratta la foto di copertina

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