“A ciascuno il suo”. Lipsia e il lavoro forzato negli anni del nazismo

Durante la Seconda guerra mondiale più di 13 milioni di persone furono costrette a lavorare per la Germania. Prigionieri di guerra, detenuti dei campi di concentramento, operai e operaie inviati obbligatoriamente dai territori sotto controllo tedesco. A Lipsia ne arrivarono decine di migliaia, a fabbricare armi.

di Paola Mirenda e Leonardo Caporali

Il breve corridoio che dall’atrio della Biblioteca Albertina di Lipsia porta alla caffetteria offre, in 6 gigantografie d’epoca e poche parole, pezzi di storia del ‘900: giovani studenti, anziani bibliotecari, sale colme di volumi ma soprattutto la messa in salvo dei libri della biblioteca, nascosti tra il 1943 e il 1944 nei sotterranei del monumento alla Battaglia delle Nazioni (Völkerschlachtdenkmal), prima del bombardamento che distrusse gran parte della biblioteca. Quello che non viene detto è il “perché” di quel bombardamento: se nel sito dell’Albertina si trova la storia completa, nelle didascalie che accompagno le immagini c’è molto di “non detto”. Quel momento rappresenta certo il salvataggio da parte di giovani intellettuali di un patrimonio librario. Ma le foto non dicono di come Lipsia fosse un obiettivo delle forze alleate e sovietiche perché da tempo  diventata uno dei punti nevralgici per l’esistenza del nazismo, una delle città – l’altra era Dresda – dove l’esercito hitleriano si riforniva di armi e munizioni.

1944, i libri della Biblioteca Albertina vengono portati via per essere salvati dai bombardamenti. Foto dall’archivio della Biblioteca, repertorio ms_2784_nr26a

Il 6 aprile del 1945 la biblioteca Albertina fu bombardata, due terzi dell’edificio finirono in macerie ma la maggiori parte dei libri erano, come abbiamo visto, già altrove. Altro elemento poco noto è che a provvedere al carico e allo scarico delle casse che contenevano i libri furono soprattutto persone impiegate nei lavori forzati, operai prelevati dall’Est (Polonia, Ucraina) e dal resto dell’Europa occupata e costretti a lavorare per la Wermacht.

Perché quella che oggi è conosciuta come l’allegra Lipsia, la città dei giovani alternativi, la culla del Gotik tedesco, la città che ha dato origine con le sue “Montagsdemo” alla rivoluzione pacifica del 1989, non era solo uno dei centri fondamentali del Terzo Reich, con le sue fabbriche d’armi e il suo essere snodo logistico del trasporto ferroviario. Finì per essere anche centro di raccolta del lavoro forzato, sede di 6 dei campi satelliti del lager di Buchenwald, nonché luogo di “residenza estiva” dei gerarchi nazisti.

Si è abituati a pensare ai campi di concentramento come strutture di grandi dimensioni e a citare le più tristemente note tra queste: Auschwitz (Polonia), Mauthausen (Austria) e, in Germania, Dachau, Buchenwald, Sachsenhausen. Ma il sistema concentrazionario nazista era molto più diffuso a capillare e si basava su centinaia, se non migliaia, di sottocampi e strutture a volte persino individuali, come nel caso delle Gaststätten requisite per i prigionieri di guerra. Negli anni del nazismo almeno 13milioni di persone furono prima “invitate”, poi obbligate, a lavorare per la Grande Germania. Più di duemila imprese tedesche hanno beneficiato del lavoro forzato durante gli anni della guerra. Lipsia non faceva eccezione, con buona parte della forza lavoro costretta con la forza, le minacce o il ricatto.

Oltre 500 luoghi di lavoro, dalle grandi fabbriche ai piccoli negozi e persino case private. Cliccando sull’immagine sarete reindirizzati alla mappa multimediale realizzata dal Gedenkstätte für Zwangsarbeit Leipzig

——-> Reudnitz, Connewitz, Lindenau: ogni mese un viaggio guidato nei luoghi del lavoro forzato. 

Lipsia era soprattutto città industriale e un terzo della forza lavoro, secondo i dati forniti dal Gedenkstätte für Zwangsarbeit Leipzig , proveniva da prigionieri di guerra o altro tipi di lavoratori forzati, reclutati in Polonia o in altri Paesi occupati dall’esercito tedesco e portati in città a lavorare. A Lipsia, tra il 1939 e il 1945, ci furono complessivamente 60mila lavoratori forzati. Il luogo principale di lavoro in città era la fabbrica di armi HASAG (Hugo und Alfred Schneider Aktiengesellschaft ) fondata intorno alla metà dell’800 a Reudnitz come fabbrica di lampade e poi trasferita a Paunsdorf/Schönefeld, tra Torgauerstrasse e Permoserstrasse. La fabbrica aderiva totalmente al nazismo: dal 1932 era diretta da un esponente delle SS, mentre tutti i dirigenti e grandi azionisti erano membri delle SS, della Gestapo o del Nsdap, il partito di Hitler. Dei circa 16mila operai che fornivano manodopera nel 1940, diecimila erano vittime del lavoro forzato. Nella sede di Schönefeld lavoravano in particolare le donne, che erano più o meno il 95 per cento della forza operaia ma con una caratteristica particolare: tutte venivano dai campi di concentramento, alcuni dei quali sotto diretta gestione dei titolari della fabbrica.

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Pochissime oggi le tracce di quel passato, sia per colpevole rimozione (come nel caso della Biblioteca Albertina) sia per l’operazione di denazistificazione operata – qui come altrove – dai governi del dopoguerra. Senza contare le polemiche intorno alle scelte operate dalla Stiftung Sächsische Gedenkstätten. Dei campi di concentramento (KZ) restano pochissimi ricordi. A Markkleberg, lungo la strada che dal Wildpark porta al lago, poco prima del passaggio a livello ferroviario, una targa ricorda il campo di concentramento delle donne considerate nemiche: ebree e comuniste, tra Ungheria e Francia, qui raccolte per essere consegnate al loro destino di morte o prigionia. Il posto conserva il nome di allora, Wolfswinkel. Negli anni tra il 1939 e il 1945 ha visto la presenza di lavoratori forzati russi (quasi tutti impiegati alla Junker, la fabbrica di armi locale) poi di altri lavoratori dell’Est europa, fino a diventare succursale del campo di concentramento di Buchenwald.
Oggi, nello stesso luogo del KZ, c’è un’azienda di metalli, alcuni uffici, furgoni parcheggiati. “Qui tutto è nuovo, almeno credo”, spiega un uomo in tuta bianca indicando lo spazio dietro sè. Keine Ahnung di quello che è successo dopo il 1945, ma lo dice portando una mano al cuore, quasi a scusarsi. “Provate a chiedere al municipio”, suggerisce.

È un monumento ufficiale la stele posta lungo Theklaer Straße, all’altezza di Heiterblickstrasse. In una vasta area alle sue spalle si trovava il campo di concentramento per il lavoro forzato di Abtnaundorf, che forniva manodopera schiava soprattutto per la fabbrica di aerei Erla. Qui il 18 aprile 1945 i nazisti in fuga diedero fuoco alle baracche dove vivevano i prigionieri non in grado di lavorare. Dentro c’erano trecento persone, solo 67 furono trovate vive. Il numero esatto dei morti di non è noto. Esiste invece una parziale lista di quanti morirono nei mesi precedenti di fatica, malattia o sotto i bombardamenti. Quello di Abtnaundorf è uno dei pochi luoghi “ufficiali” del lavoro forzato a Lipsia, eppure è lontano dalla vita quotidiana. Nuovi edifici – capannoni in lamiera e cemento – hanno sostituito le baracche di un tempo. La signora bionda che fuma fuori dalla porta del suo ufficio risponde meravigliata alle domande sul campo di concentramento. “Non ne so niente, non c’ero”, dice sbrigativa e confusa. A due metri da lei un cartello ricorda la “marcia della morte” intrapresa dai prigionieri in fuga. Lei non l’ha mai notato. Ma un anziano operaio dell’edificio accanto non ha la stessa svagatezza. Ci porta in giro per l’area, ci racconta dove fossero posizionate le antiche strutture. “Era tutto più o meno uguale, solo spostato di pochi metri”, dice indicando i capannoni dove oggi trovano sede piccole aziende tecnologiche. “Tutto uguale”, ripete. Dietro una siepe di rovi c’era l’impianto che forniva il riscaldamento agli edifici destinati alle SS, ma “es ist weg”, non c’è più, forse dal 2005, non ricorda bene l’anno.

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Uno degli edifici simbolo del lavoro forzato è oggi praticamentre inaccessibile. Si trova al numero 12 di Kamenzer strasse, a nord della città, e tra l’estate del 1944 e l’aprile del 1945 fu il più grande sottocampo femminile di Buchenwald, dove venivano “alloggiate” le donne che lavoravano per la fabbrica di armi Hasag. Parliamo di circa 5mila persone, di 28 nazionalità diverse, divise nei 23 blocchi di cui era composto il campo, portate lì in diversi scaglioni tra il giugno e il dicembre del 1944. Inutile la richiesta di farlo diventare un memoriale: “Appartiene a un privato”, è stata la risposta all’interrogazione parlamentare di Juliane Nagel, deputata regionale della Linke, “e lo Stato della Sassonia non può fornire maggiori informazioni” perché di mezzo c’è l’Ufficio per la protezione delle Costituzione e, si presume dalla risposta, informatori infiltrati. Nel 2007 è infatti diventato proprietà di un noto personaggio dell’estrema destra che nei due anni successivi ha organizzato nell’ex campo di concentramento concerti e serate techno, in seguito vietati dalla polizia. Divieto non per ragioni di opportunità politica e storica, ma per mancanza delle autorizzazioni di sicurezza. Oggi il posto è sede di un club di arti marziali legato alla scena neonazi e di una associazione motociclistica di estrema destra. Una targa commemorativa apposta nel 2009 è stata distrutta sei volte. Di recente, nella riunione del consiglio comunale del 28 maggio 2020, è stata approvata una risoluzione per una targa a nome della città, ma ancora non se ne è fatto nulla. Kamenzer Strasse dista appena un chilometro e mezzo dal Gedenkstätte für Zwangsarbeit ma la natura dei luoghi è opposta: da un lato la memoria, dall’altro la sua negazione.

L’edificio di Bautzner strasse (oggi Kamenzer strasse) utilizzato come campo di concentramento per le donne che lavoravano per la HASAG

Ci sono poi i tanti luoghi dimenticati e dispersi: lungo la Wolfgang-Heinze strasse, che all’epoca aveva il nome di Pegauerstrasse, c’era il Winters Kaffegarten, requisito per ospitare i lavoratori deportati da Francia e Olanda, e prima ancora dalla Polonia; poco più in là, in una traversa laterale (Koburger strasse, dove oggi ha sede il Conne Island), il Waldcafé, dove si trovavano tra gli altri anche gli internati italiani, destinati anch’essi al lavoro forzato. Altri prigionieri erano alloggiati in quello che oggi è conosciuto come WerkII – che era luogo di “residenza” ma anche di lavoro – così come lungo l’attuale Karl-Liebknech strasse (che all’epoca portava nome di Adolf Hitler strasse): al Feinkost  (in quella che era la Gesellschaftshaus Süd-Bräu), al Volkhaus, al Suedbrause di Connewitz Kreuz. In centro, dietro la stazione (la Deutsche Reichsbahn occupava circa 3mila lavoratori forzati, distribuiti in 30 diversi luoghi) c’erano le stanze dell’Herzoh Ernst Hotel, struttura che è rimasta in piedi fino al 1963. Lavoratori forzati erano impiegati dalle società pubbliche, come LVB, ma anche dall’amministrazione comunale nei servizi elettrici o cimiteriali.   Scorrendo la lista realizzata sulla base dei dati contenuti nell’interessante libro “Fremd- und Zwangsarbeit im Raum Leipzig 1939-1945“  si nota come tutti i quartieri di Lipsia fossero interessati dal fenomeno, tra fabbriche, negozi, case private (gli stranieri erano impiegati anche come servitù) e strutture di diverso tipo che ospitavano i lavoratori forzati. Alberghi e foresterie erano in gran parte utilizzati per ospitare i lavoratori non tedeschi o gli ufficiali prigionieri di guerra, che avevano un margine di movimento certamente migliore di quello di chi era assegnato a un campo di concentramento.

——> I campi di concentramento “satelliti” in Sassonia. Lista, nazionalità dei lavoratori, condizioni del campo, sorte dopo la fine della guerra

“Ovunque”, spiega Anne Friebel, del Gedenkstätte für Zwangsarbeit, “era in funzione un sistema gerarchico, basato su una scala di valori che misurava nazionalità e – dove c’era – grado militare”. Così i soldati belgi fatti prigionieri godevano di migliore considerazione dei loro omologhi sovietici, quasi ultimo gradino nella scala di “valori” del Dritte Reich, ma ne avevano meno dei loro omologhi francesi, che erano una sorta di “big” della prigionia. Entrambi, tuttavia, stavano sopra i lavoratori polacchi o ungheresi. I francesi erano il gruppo più numeroso di lavoratori forzati stranieri: oltre un milione di prigionieri di guerra e circa 650mila civili inviati in Germania grazie all’accordo tra Pierre Laval, che governava la Repubblica di Vichy, e il regime tedesco. I soldati italiani, in quanto “traditori” (e chiamati con l’appellativo Badoglio-Schweine ), non erano prigionieri ma internati militari (Imi), con meno diritti di protezione umanitaria.

Gli Imi in Germania furono circa 600mila. Non è noto quanti di loro fossero a Lipsia. Qualcuno godeva di privilegi, come mostra la storia dell’ufficiale Giovanni Magnabosco, ammiratore di Benito Mussolini, partecipante alla marcia su Roma, volontario in Abissinia e volontario nella Gestapo, assegnato al comando di un campo di concentramento e poi, dopo l’8 settembre, dichiarato internato militare. Nonostante questo (o forse proprio per questo) a Lipsia ebbe un figlia nel giugno del 44, vivendo sostanzialmente da uomo libero.
Meno fortunati i soldati semplici, portati come altri prigionieri a lavorare a chilometri di distanza, con poco cibo e senza la possibilità di ricevere gli aiuti della Croce rossa che spettavano invece ai prigionieri di guerra.

 Una mattina mi presero e mi misero in una squadra in partenza per andare a lavorare in una fabbrica dove facevano aerei a Lipsia, e così dopo un altro lungo viaggio sono arrivato a Lipsia anch’io. A Lipsia era peggio perché dove lavoravamo bombardavano e si rischiava la vita. […]

Io perlopiù a Lipsia andavo a ripulire dai danni dei bombardamenti, mi ricordo che una volta […] trovammo miele e dolciumi vari mescolati con i detriti, cosicché ciucciavamo i sassi con lo zucchero dentro.

Noi in fabbrica si facevano aerei, era una fabbrica immensa, però noi si dormiva a sette chilometri da lì e si facevano sette chilometri la mattina ad andare a lavorare e sette chilometri la sera a tornare, dopo aver lavorato dodici ore al giorno, la settimana che eravamo di giorno, il contrario la settimana successiva quando eravamo di notte. Senza mangiare non ci si faceva, in più la notte era piena di bombardamenti. Mi ricordo che un giorno arrivarono tanti aerei americani, senza bombardare, fu una specie di dimostrazione di forza degli Alleati…  1

Nell’agosto del 1944, con una decisione presa concordemente tra Mussolini e Hitler il 20 luglio di quello stesso anno,  gli internati militari italiani furono classificati come “lavoratori civili”, con il diritto quindi a una paga per il loro lavoro e migliori condizioni di vita, più simili a quelle degli altri lavoratori forzati dell’Europa occidentale. Tra gli aiuti negati, anche quello alle cure. Tanti i morti seppelliti a Zeithain, un’ottantina di chilometri a nord. Zeithain era diventato il “lazzaretto ufficiale”, destinato soprattutto ai prigionieri di guerra sovietici, ma accoglieva anche gli internati militari italiani non in grado di lavorare. Nel campo ne furono seppelliti 850, i cui resti sono stati traslati in Italia nel 1991.

—–> I lavoratori italiani nella Ruhr tra il 1939 e il 1945

Soltanto nel 2000, oltre mezzo secolo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la Germania ha riconosciuto il diritto al risarcimento per le vittime del lavoro forzato. Una Commissione speciale è stata istituita per erogare denaro (in media 7.700 euro ciascuno) ai sopravvissuti o loro eredi. La Commissione ha concluso i suoi lavori nel 2005. Non tutte le imprese tedesche sono state disponibili a versare denaro nel fondo. Molte lo hanno fatto solo dopo l’assicurazione che null’altro sarebbe stato a pretendere, e che il versamento non significava una ammissione di “colpevolezza”.  Dall’Italia sono arrivate circa 130mila richieste di risarcimento da parte degli Imi, ma il governo tedesco le ha perlopiù respinte, considerandole infondate.

1Memorie di guerra e di prigionia L’internamento dei militari italiani attraverso le testimonianze. Consiglio regionale della Toscana Settore “Biblioteca e documentazione. Archivio e protocollo. ISBN 978-88-85617-10-0

Approfondimenti:

Hammermann, Gabriele : Lavoro forzato per l ‘”alleato”. Le condizioni di vita e di lavoro degli internati militari italiani in Germania 1943-1945. Tubinga  2002 . ISBN 3-484-82099-3

Fickenwirth, Thomas/ Horn, Birgit/ Kurzweg, Christian: Fremd- und Zwangsarbeit im Raum Leipzig 1939-1945, Leipzig 2004. (Universitätsverlag Leipzig; ISBN: 978-3-937209-92-0)

Archivio Arolsen, il database online più completo. Si può cercare per nome e per tema

Memoriale di Zeithain: sono possibili visite guidate gratuite in italiano con Milan Splinder, storico della Resistenza e specializzato nella storia degli Imi in Germania.

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